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Andrea Toso

Chicago, big data per governare la città

Un modello di 30 mq di Chicago si estende nell’atrio del Railway Exchange Building, un massiccio palazzo liberty del Loop, il centro della città dell’Illinois cuore industriale, portuale, ferroviario – e ora digitale degli Stati Uniti. Grattacieli, silos, banchine, stazioni, giardini e case illuminati con led color pastello sotto un grande tabellone digitale in cui lo sviluppo urbano della città è catalogato per colori a seconda delle decadi di costruzione. Tutto intorno, tablet interattivi su cui analizzare i sistemi di dati raccolti. E’ il cuore della mostra “Chicago, city of Big Data” che la Chicago Architecture Foundation ha messo in piedi quest’anno per illustrare e diffondere l’utilizzo dei dati da parte delle istituzioni locali, con la collaborazione attiva dei cittadini che possono poi accedere agli archivi pubblici così elaborati.

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Internet of Things, a che punto siamo?

[…]  La sfida tuttavia non si limita a questioni di taglia. Molto del successo di queste tecnologie passa da tre elementi imprescindibili.

Il primo è l’alfabetizzazione informatica, e pare essere il meno complesso da risolvere. Il ricambio demografico porta a generazioni sempre più vicine all’elettronica mentre interfacce intuitive e piattaforme touch hanno contribuito a sdoganare molte applicazioni prima ritenute proibite. Anche dal lato sviluppatori si moltiplicano iniziative e hackathon dedicati.

Per quanto concerne il secondo, ovvero i protocolli di comunicazione, il discorso invece si complica. Ci sono una miriade di frequenze, formati e standard diversi per veicolare i dati. Wi-Fi, 3G, LTE, Rfid, Nfc, Bluetooth e ZigBee sono solo alcuni tra i principali acronimi in gioco. Tutti validi per diverse ragioni ma il cui moltiplicarsi non aiuta a uscire dall’effetto torre di Babele, in cui strumenti diversi rischiano di non capirsi più perché parlano lingue troppo diverse.

L’ultimo nodo da sciogliere infine è la capacità di banda. Per una diffusione dell’IoT efficace e capillare servono reti e infrastrutture adeguate. In termini non solo di larghezza ma anche di sicurezza della banda, vista la mole e la confidenzialità sempre maggiore delle informazioni che viaggeranno su di essa. Nazioni come Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud godono di impianti avanzatissimi in confronto a quelli europei. Stati come l’Italia rischiano invece di rimanere fatalmente indietro su un terreno sul quale si gioca una grossa fetta del loro rilancio economico. Le ricadute dell’IoT a livello di business non saranno inferiori a quelle che promettono di avere nella vita di tutti i giorni. Attrezzarsi di conseguenza non è bene, è una questione di sopravvivenza.

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Come i beacon rivoluzioneranno musei e spazi culturali (WIRED)

 Il tema della microgeolocalizzazione è sempre stato un nodo cruciale quando si parla di app o servizi per spazi e eventi pubblici. Il GPS – la risposta a tutti i problemi di localizzazione – non è riuscito a dare la risposta giusta e ha perso il suo turno. Il famigerato QR code, che consente ai proprietari di smartphone di scaricare un’app dopo aver fatto la scansione di un codice a scacchi e lanciare contenuti contestuali, non è così immediato come approccio. Mentre le tag NFC, che hanno avuto successo soprattutto nel mondo del retail, hanno guadagnato poco attenzione al di fuori di questo settore. Il fatto è che, in un mondo wireless, fare la scansione o toccare qualcosa per trasmettere o ottenere informazioni risulta molto scomodo.

Poi è stato rilasciato iOS 7. Dall’annuncio del luglio 2013 si parla tanto di iBeacon in Italia, ma poche al momento sono le app rilasciate. Tra queste un’app dedicata alla visita degli spazi indoor– musei, fiere, manifestazioni – presentata martedì scorso da Ultraviolet, start-up piacentina fondata da Marco Boeri e specializzata nello sviluppo di app per Apple e Android, insieme ai Musei Civici di Palazzo Farnese di Piacenza che hanno ufficialmente adottato IMApp come app ufficiale e come guida multimediale interattiva… LEGGI TUTTO: Come i beacon rivoluzioneranno musei e spazi culturali – Wired.