La grande guerra dei Geek.

La cosa che più si evidenzia nella nascita del cosiddetto web 2.0 non è tanto la rivoluzione che questo “psudo paradigma” sta portando (o ha portato), ma l’acuirsi dello scontro epocale tra materia (il contenuto, il bisogno, il servizio) e antimateria (i framework applicativi, il codice, il silicio).
Mi spiego meglio. Nel mondo del web c’è sempre stato il forte contrasto tra chi pensava il web come un media (filosofi della comunicazione) e chi costruiva codice per il web (gli ingegneri del web). I due mondi non si son quasi mai parlati. C’è sempre stata incomunicabilità, acuita il più delle volte da scontri epocali (!!!) come … il web accessibile, il web dinamico, l’uso di flash, il video su internet, ecc ecc.

Tutte cose abbastanza risibili. Si ride poco solo se si considera una cosa: tutto questo non ha mai preso in considerazione l’utente. Mai. L’utente è sempre stato lettore, quasi mai attore.
Nello pseudo paradigma del web 2.0 qualche bravo “ingegnere del web” e qualche bravo “filosofo della comunicazione” (coadiuvato da qualche fattore propizio e da qualche pazzia di marketing creativo) si son parlati e hanno aperto la rete consentendo all’utente di partecipare, di produrre, di influenzare…
E questo a molti non piace. Il mondo ICT è ancora chiuso, molto geek, molto legato a privilegi, persiste la difficoltà di capire che le tecnologie della comunicazione sono fatte per la gente, e vanno comunicate alla gente. In modo semplice.
Siamo preda, non solo nel web, ma nel mondo digitale in generale di luoghi comuni, comunicazioni smorzate, angoli di discussione settaria e rissosa. Si parte da un articolo e si finisce con vere e proprie battaglie di parole, in altri casi tutto è delegato a quello che riesci a filtrare tramite le poche riviste serie (ma lette da pochi) e i pochi canali di comunicazione tradizionali dedicati alla divulgazione (in Italia quasi nessuno).

Al popolo il verbo non giunge.
Al popolo per ora si arriva solo con il passaparola (mezzo con il quale in Italia si sono diffusi i blog e flickr in particolare). Al popolo arrivano solo le offerte commerciali di chi possiede il canale ovvero TIM, Vodafone (chi capisce è brevo), FastWeb (comunicazione sempre incomprensibile), Wind (poverini), Sky, Mediaset e basta.
Un po’ pochino mi sembra. Se poi consideriamo che si è parlato di YouTube e di Google solo come diffusori di schifezze e di bullismo, siamo, direi, ancora ai nastri di partenza. Anzi, ci stiamo ancora allacciando le scarpe.
Le revoluzioni geek sono come le rivoluzioni culturali, roba da salotto.

Se andassimo per strada e chiedessimo cosa voglion dire alcuni termini, faccio un esempio:

Mp3, HDTV, Google, Broadband, Wireless, Blog, Skype, Digitale Terrestre…
Che risposte avremmo? Poche, pochissime. Questo deve essere il nostro punto di partenza.

Pubblicato da Andrea T

Andrea Toso

2 risposte su “La grande guerra dei Geek.”

  1. Un’analisi davvero interessante 🙂

    Credo che il problema pero’ sia a diversi livelli:

    a) confondere il valore estetico o geek del web 2.0 con il potenziale sociale ed economico. Secondo me il valore e nel sociale e nel economico, e non e’ geek o limitato ma dal potenziale assai ampio: http://psiphon.civisec.org/ un ottimo esempio di web 2.0 che puo’ rendere “il mondo un posto migliore”. Oppure in ambito commerciale basta pensare a come MySpace stia rivoluzionando il mercato della musica.

    b) nel modo in cui si comunicano queste implicazioni e queste dinamiche ad un’audience pubblica, ma anche a classe politica, economica, di professori ecc… (che troppo spesso sono spaesati: le stesse domande che tu poni secondo me susciterebbero poche risposte anche se fatte alla camera dei deputati o alla confindustria 😉
    Le stesse dinamiche che dovrebbero anche far parte ad esempio di un corso di economia universitario dato che si tratta anche, e soprattutto, di nuovi modelli economici.

    La sfida e’ di far capire che skype, web 2.0, google docs and spreadsheets, youtube ecc… non sono parole o applicazioni “cool”, o realta’ “geek”, ma strumenti che rendono mercati piu’ efficaci e che creano community e valore sociale estremamente tangibile.

    Concordo pero’ con te che la sfida e’ complessa e per molti versi ci stiamo ancora allacciando le scarpe.

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